Matteuccia da Todi

Il 20 marzo 1428, a Todi, una donna di Ripabianca di Deruta, Matteuccia di Francesco venne accusata di stregoneria e giudicata dal “Tribunale dei Malefici” di Todi. Su di lei gravavano ben 30 capi di imputazione, riuniti sotto il vincolo della continuazione. La donna venne condannata al rogo per ordine del potente Signore Lorenzo De Surdis, romano, Capitano del Popolo della città di Todi e del suo distretto, sotto papa Martino V.

Il fascicolo del processo si compone di 24 fogli e mostra sulla copertina lo stemma del Capitano del Popolo in carica. Gli atti del processo scritti in latino, sono convalidati dal sigillo a forma di croce del Notaro rogante Novello Scuderij da Vassano, in veste di cancelliere.

Questo processo risulta di particolare interesse storico essendo una chiara testimonianza di quanto fossero così diffuse certe credenze popolari tanto da attribuire a delle persone poteri magici. Matteuccia di Francesco del castello di Ripabianca (oggi frazione del comune di Deruta) appartenente al distretto di Todi, fu riconosciuta, secondo le leggi degli Statuti ed Ordinamenti del Comune di Todi, “come una donna di cattive abitudini di vita e di malaffare, pubblica incantatrice, fattucchiera, autrice di sortilegi e strega”.

Colpita da tali ignominie, la povera Matteuccia venne considerata rea confessa dei fatti a lei contestati (a tal proposito non si dimentichino gli strumenti di tortura) e senza essere assistita da alcun difensore, alla fine venne arsa viva.

L’originale della sentenza e del successivo verbale di esecuzione sono conservati nell’Archivio Comunale di Todi.

Matteuccia venne imputata di aver eseguito incantesimi su molte persone “sofferenti del corpo, del capo e di altre membra del corpo, sia direttamente sia per mezzo di cose ad essa portate”.

Leggendo la sentenza risulta di particolare interesse la citazione che viene fatta di due personaggi storici: San Bernardino da Siena e Braccio Fortebraccio da Montone.

Quanto al primo leggiamo:

“Inoltre, non contenta delle cose suddette, ma aggiungendo male a male, prima della venuta di frate Bernardino, sciolse le fatture ossia malìe a molte e diverse persone, diverse volte”.

“Inoltre non contenta delle cose suddette, ma aggiungendo male a male prima della venuta di frate Bernardino a Todi, nel 1426 e 1427 moltissime volte a diverse persone di diversi luoghi fece fatture con capelli avvolti in pezze mettendoli sotto la porta ed il letto per fare amare le mogli dai mariti e viceversa dicendo queste parole…”

Il Santo francescano si distinse per le sue predicazioni contro l’usura, per aver risolto rivalità ed in particolare per aver combattuto magia e superstizione. Tra il 1425 ed il 1444 fu ospite di molti conventi umbri. Francescano e teologo è stato un grande predicatore, noto anche per l’impegno e l’attenzione che ebbe contro la stregoneria, causa di sciagure e malanni e che costituiva per il santo un vero anti modello.

Ora non possiamo sapere con certezza quale ruolo abbia avuto Bernardino da Siena in questa vicenda, ma la sua presenza a Todi e la citazione negli atti processuali inducono a fare più di una riflessione.

Un’altra figura significativa citata negli atti è sicuramente quella di Braccio Fortebraccio, grande capitano di ventura, astuto stratega e insaziabile conquistatore, morto durante l’assedio della città dell’Aquila nel 1424.

Matteuccia da Todi, plausibilmente a conoscenza delle capacità curative delle erbe, si dice prestasse le proprie cure anche a potenti e condottieri provenienti da fuori comune e tra questi sembra esserci proprio il potentissimo Andrea Fortebraccio detto Braccio che era stato anche Signore di Todi.

Tale tesi sembra essere supportata anche dalla citazione che nel processo viene fatta di un tale alle dipendenze di Braccio. Citazione, questa, probabilmente finalizzata a mettere in correlazione la povera Matteuccia con l’oramai defunto Fortebraccio, inviso da molti sia in città che fuori, nonché dallo stesso papa Martino V.

Dalla sentenza, infatti, risulta:

“Inoltre non contenta delle cose suddette, ma non tenendo Dio innanzi agli occhi, istigata da spirito diabolico, nell’anno 1426 essendo un tale annegato nel Tevere, s’ incontrò con un tale alle dipendenze di Braccio, soprannominato Cortona, della città di Cortona, affinché lo stesso si recasse presso il suddetto uomo annegato nel Tevere e prendesse delle carni e del grasso di detto annegato e glielo portasse, per farne, dopo aver cotto le carni, un liquore, il quale Cortona così fece e glielo portò e da dette carni fecero del liquore ed olio; il quale olio fu adoperato per i dolori e le ferite delle persone”.

Matteuccia venne accusata, inoltre, di fare uso di arti magiche nel campo amoroso.

“Inoltre non contenta delle cose suddette, ma aggiungendo male a male, istigata da spirito diabolico, istruì molti amanti di donne che si recavano da lei e loro fornì il rimedio, dando loro l’erba vinca incantata con i suoi incantesimi perché la dessero a mangiare alle loro amanti e che anche prendessero l’acqua con cui si erano lavati il volto e le mani e la dessero loro a bere per ottenere la loro accondiscendenza e far rivolgere verso loro stessi il loro amore”.

“Inoltre, in questo, intorno a questo, e sopra questo, non contenta delle cose suddette, ma aggiungendo male a male, nel 1426 nel mese di maggio, essendosi recata dalla stessa Matteuccia una certa donna del castello di Pacciano del distretto di Perugia chiedendo di farle un rimedio per poter ottenere da colui che amava qualunque cosa volesse, la suddetta Matteuccia disse di catturare delle rondini, di bruciarle e di dare a bere e a mangiare la polvere delle stesse a chiunque preferisse, avrebbe ottenuto da questo qualunque cosa volesse”.

“Inoltre, non contenta delle cose suddette ma aggiungendo male a male nel 1427 nel mese di dicembre, recata dalla stessa Matteuccia una certa Giovanna del castello di San Martino del distretto di Perugia, lamentandosi la stessa del proprio marito che conviveva con un’altra donna e inoltre lamentandosi con la detta Matteuccia per il fatto che detto suo marito non curava la stessa Giovanna, ma la trattava male affinché le desse un consiglio per riconquistare l’amore di detto suo marito, la detta Matteuccia le disse di trovare un rondinino e, nutrito con zucchero, di darlo a mangiare a detto suo marito ed inoltre di lavarsi i piedi e di dargli a bere quell’acqua mescolata a del vino”.

“Inoltre non contenta delle cose suddette ma aggiungendo male a male disse ad una donna di Mercatello che le richiedeva un rimedio per il marito che poco la curava ma preferiva la compagnia di altre donne, di prendere e bruciare una ciocca dei suoi stessi capelli, e ridottili in polvere, li desse a bere o a mangiare al suo marito; fatto questo avrebbe ricevuto le sue attenzioni”.

Alcuni capi di imputazione, di sconcertante attualità, parlano inoltre di violenza subita da molte donne che per difendersi a quanto pare non si rivolgevano alle autorità, bensì sembra si affidassero ai rimedi della Matteuccia.

“Inoltre, non contenta delle cose suddette, aggiungendo male a male nell’anno 1420 essendo giunti al castello di Ripabianca due coniugi del castello di Collemezzo (o Coldimezzo), del distretto di Todi, la detta moglie si recò dalla detta Matteuccia, lamentandosi di suo marito e dicendo che lo stesso la trattava male e pregando la stessa Matteuccia di darle un qualche rimedio per compensarlo di tante e tante umiliazioni che ogni giorno le procurava e la detta Matteuccia diede alla suddetta moglie un uovo e l’erba denominata costa cavallina (coda cavallina) e disse di cuocerli insieme e di darli a mangiare al detto suo marito ché si sarebbe infatuato per qualche giorno; e la detta moglie fece così ed il detto marito infatuatosi rimase furioso per tre giorni”.

“Inoltre, non contenta delle cose suddette, ma aggiungendo male a male, istigata da spirito diabolico, nel 1427 essendosi recata dalla detta Matteuccia una certa sposa di nome Catarina del distretto di Orvieto dicendo di avere un uomo che poco la curava, che giornalmente la percuoteva, pregò la stessa Matteuccia di fornirgli un rimedio, la quale Matteuccia disse di fare una certa immagine di cera e di portargliela, avuta la quale, la detta Matteuccia avvolse la stessa immagine con “accia” di ragazza vergine (filo greggio di lino o canapa lavorato da una fanciulla vergine) e disse alla stessa Catarina di mettere detta immagine sotto il letto di suo marito dicendo queste parole…”

“Inoltre, in questo, intorno a  questo e sopra questo, non contenta delle cose predette, ma aggiungendo male a male, la stessa Matteuccia si prestò per molte moltissime donne percosse dai propri mariti e che chiedevano da lei un qualche rimedio per far sì che gli stessi le curassero ed accondiscendessero ai loro desideri, cioè (consigliandole) di prendere quell’erba chiamata costa cavallina (coda cavallina), di ridurla in polvere e di darla a bere o a mangiare ai loro uomini, dicendo queste parole…”.

Stando alle accuse avanzate, la Matteuccia sembrava avere un rimedio a svariate situazioni aiutandosi con complicate formule magiche e facendo ricorso ai mezzi più insoliti e disparati come ossa di morti non battezzati, erbe particolari, capelli, carni e grasso di cadaveri, immagini di cera, uova, “accia” di ragazza vergine (filo greggio di lino o canapa lavorato da una fanciulla vergine), candele, rondini, polvere di unghie di mula e altro ancora.

Un tale fardello di oscenità gravava sulla povera Matteuccia e non solo, perché la si accusava anche di “devastare bambini” e di sugare loro il sangue.

Fantasiosa è la descrizione della “cavalcata” della Matteuccia con il corpo cosparso di un unguento magico, a cavallo del “diavolo”, evocato e trasformato in un capro, e così correndo sopra l’acqua e sopra il vento e sopra ogni maltempo si dice che ella raggiungesse la noce di Benevento ove, secondo la tradizione, avrebbe trovato lì “moltissime streghe e spiriti incantati e demoni infernali e Lucifero maggiore, il quale, presiedendo, ordina alla stessa e agli altri di andare in giro per distruggere bambini e per fare altre cose cattive”.

Un’attenta lettura della documentazione processuale suscita non pochi punti di domanda ai quali però sarà assai improbabile rispondere.

Una cosa è certa, Matteuccia fu bruciata viva fra indicibili sofferenze.

“…affinché non possa gloriarsi della sua malizia e iniquità e sia di esempio a chiunque desiderasse svolgere simile attività, impostale sul capo una mitria e legate le mani dietro la schiena, sia posta sopra un certo asino, e sia condotta e debba essere condotta personalmente al luogo pubblico dove abitualmente si amministra la giustizia o in qualunque altro luogo nell’interno o fuori di detta città a giudizio ed a scelta del nobile uomo Ser Giovanni di Ser Antonio di S. Nazzaro da Pavia ed ivi sia bruciata con il fuoco così ed in maniera tale che la colpevole muoia e la sua anima si separi dal corpo.”

 

Bibliografia:

Domenico Mammoli, Processo alla strega Matteuccia Di Francesco (20 Marzo 1428), 1969.

 

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2 commenti

  1. Bella e appassionante questa storia e talmente coinvolgente che mi ha veramente emozionato, quante atrocità e su quali basi? Mi chiedo quanti potenti hanno approfittato del loro ruolo per togliere di mezzo chi a loro poteva tornare scomodo! Grazie cara Antonella per avermela fatta conoscere!

    1. Antonella Cardinali

      Cara Daniela sei sempre così attenta e profonda…grazie infinite a te! 😘🌼💐🌸

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