Chiesa di San Bernardino di Pigge

Chiesa di S. Bernardino - Trevi (PG)
Chiesa di San Bernardino di Pigge – Trevi (PG)
Premessa

Percorrendo la strada statale Flaminia incontriamo l’insegna “Pigge”. Seguendo l’indicazione

, saliamo per circa 500 m attraversando tutto il centro abitato. Giunti alla chiesa nuova di Pigge incrociamo il cartello “Cimitero”, basterà percorrere ancora circa 300 metri per arrivare finalmente alla Chiesa di San Bernardino.

A proposito di questa chiesa rurale non possiamo non ricordare la figura di Don Giuseppe Chiaretti, parroco della Pigge a cavallo tra gli anni 60 e 70 che diventerà poi arcivescovo di Perugia – Città della Pieve.

Don Giuseppe, figura di grande cultura, ha saputo calarsi meravigliosamente bene in questa realtà di paese coinvolgendo profondamente se stesso ed i suoi parrocchiani, perché come lui sosteneva “La Fede non è una faccenda che riguarda solo il parroco, ma deve interessare tutti… giacché, per cambiare mentalità e costumi, non basta una sola iniziativa, ma occorre tempo e pazienza. Bisogna però incominciare.”

E di iniziative Don Giuseppe ne ha realizzate davvero tante, basti pensare alle numerose attività che il club dei giovani che con affetto e soddisfazione portavano avanti, tra cui quella culturale con la redazione de “Lu Sardarellu” grazie al quale ho potuto scrivere questo articolo che a differenza degli altri, riporta uno straordinario spaccato di vita paesana di 50 anni fa, in cui mi sono letteralmente persa.

Cenni storici

Da un vecchio catalogo delle chiese della diocesi di Spoleto (fine sec. XIV) risulta che nel territorio di Lapigge, nome originario di Pigge, ci fossero ben tre chiese, quella di Sant’Arcangelo, di Santa Maria e di San Giovanni tutte e tre con cura di anime, (cura intesa come salvezza, il sacerdote infatti ha l’incarico di guidare e custodire le anime dei fedeli attraverso i mezzi spirituali all’interno del campo liturgico, devozionale e sacramentale). Della chiesa di Santa Maria e di San Giovanni resta solo il ricordo e qualche rudere.

Nel 1571, venne in visita straordinaria il vescovo di Gaeta De Lunel, delegato apostolico per l’attuazione dei decreti del Concilio di Trento nella diocesi di Spoleto, il quale, per non far torto a nessuno e accogliendo i desideri della Balìa di Lapigge (oggi diremmo Comunanza Agraria), soppresse le tre parrocchie ed eresse in parrocchiale una quarta chiesa che esisteva già da qualche decennio, meglio ubicata delle precedenti, la Chiesa di San Bernardino.

Il trasferimento non avvenne senza contrasti: mentre i preti di Santa Maria e di San Giovanni cedettero quasi subito anche perché le chiese erano fatiscenti, quelli di Sant’ Arcangelo, un Priore e due canonici rurali, tennero duro per molti anni.

Circa la data di costruzione della Chiesa di San Bernardino non si sa nulla, ma probabilmente fu eretta a non molta distanza dalla morte di San Bernardino (Aquila 1444) e dalla sua canonizzazione avvenuta nel 1450.

San Bernardino, dopo aver vestito l’abito a ventidue anni, iniziò un’intensa attività come predicatore per tutta l’Italia settentrionale. La sua predicazione fu così incisiva da portare un forte rinnovamento nella Chiesa Cattolica italiana e in tutto il movimento francescano.

Egli percorse anche la valle umbra, portando pace e predicando l’amore verso la Madonna e la devozione al Santissimo Nome di Gesù, diffondendo il Cristogramma “IHS” abbreviazione del nome di Gesù.

Gli antichi lapiggesi conobbero di persona San Bernardino da Siena, di lui ascoltarono i duri rimproveri contro gli odi e gli egoismi sociali, la maldicenza e l’usura.

Pochi anni dopo la sua morte, in suo onore, sorsero un po’ ovunque chiese ed oratori ad opera di devoti e di comunità da lui pacificate. Secondo Don Giuseppe Chiaretti, la chiesa di San Bernardino di Pigge risalirebbe alla seconda metà del sec. XV, probabilmente per volontà popolare.

Esterno

Anticamente a dare luce all’ambiente interno della chiesa erano due strette monofore e l’accesso avveniva lateralmente per mezzo di due porticine.

Nel 1571, quando la Chiesa di San Bernardino divenne parrocchiale, si fecero lavori di trasformazione che portarono alla costruzione di un edificio adiacente per la residenza del parroco e del vano della sagrestia. In quell’occasione vennero intonacate le pareti interne, chiuse le monofore e le porticine laterali e venne aperta l’attuale porta d’accesso.

Nel 1769 il parroco Don Cruciani sistemò la facciata (come testimonia appunto un mattone che riporta incisa la data 1769), aprendovi probabilmente la finestra centrale quadrangolare al di sopra del portone d’accesso e sistemando la vela del campanile a due bocche ora privo di campane.

Interno

A sostenere l’ipotesi che si tratti di una chiesa quattrocentesca sono gli stessi elementi architettonici. Entrando nella chiesa ci ritroviamo in un ampio ambiente rettangolare con un abside semicircolare in fondo. Il tetto a capanna è sorretto da tre grandi arcate ogivali in muratura.

Le infiltrazioni d’acqua, le dense grasse incrostazioni del fumo delle candele fatte ardere proprio a ridosso delle pitture e la non curanza, hanno causato il deterioramento e la perdita pressoché totale di essi. Il più antico ed anche il migliore degli affreschi è quello che troviamo entrando sulla parete di destra al di sopra dell’altare di mezzo, datato 1576. Rappresenta l’Adorazione dei Magi, cioè il momento in cu i la Vergine mostra loro il Bambino Gesù .

Dinanzi a questo, sulla parete di sinistra, c’è un altro affresco datato 1680. Vi è raffigurato il martirio di Santo Stefano inginocchiato al centro con due soldati che lanciano pietre, sullo sfondo una città. L’affresco, assai rovinato, ne copre un altro di età più antica.

Gli altri affreschi della chiesa non hanno data ma risalgono alla prima metà del secolo XVII.

Non di qualità è l’affresco dell’abside, raffigurante il Crocifisso tra la Madonna, San Francesco e Sant’Antonio Abate a sinistra, la Maddalena ai piedi della Croce e San Giovanni Bernardino, Santa Lucia a destra. In alto tra una gloria di angeli il Padre Eterno benedicente.

Ricordi

Una mia cara amica racconta che circa 60 anni fa, in occasione della Festività dei Morti,  sua nonna era solita svegliarla di buon mattino per andare a messa in questa chiesetta. Faceva ancora buio quando si mettevano in cammino tra gli ulivi per arrivare in tempo alla funzione delle cinque nella Chiesa di San Bernardino.

Ad accoglierla all’interno della chiesa, con grande suo turbamento, una lunga fila di ceri accesi che rischiaravano l’ambiente buio e un gran numero di persone. Ad accrescere questa sua inquietudine, la presenza di un ossario legato ad un ricordo. Un giorno, in attesa dell’inizio della messa, una sua cuginetta aprì la porticina di questo grande contenitore facendo rotolare giù, come una piccola valanga, tutte le ossa ivi riposte con lo sgomento suo e di tutti i presenti.

La mia amica, tuttavia, non confessò mai ai suoi che quell’atmosfera la intimoriva tanto, perché nel suo cuore sentiva così forte quella tradizione che ne voleva far parte.

Con l’andare degli anni questa chiesa è rimasta sostanzialmente chiusa per riaprire solo in occasione della tradizionale messa dedicata ai defunti.

Il mio profondo ringraziamento va alla squisita generosità di coloro che mi hanno aperto le porte ai loro ricordi, dandomi anche l’opportunità di consultare “Lu Sardarellu”, edizione 1970.

Storie di vita vissuta, simpatici aneddoti e poesie, tratte da “Lu Sardarellu”
Le Luminarie

Due compari lapiggesi partirono al pomeriggio del 26 gennaio di qualche anno fa per andare alle “luminarie” di San Miliano a Trevi. Presero parte alla processione, ascoltarono il concerto bandistico, ammirarono gli spari, brindarono con gli amici, poi se ne tornarono a piedi a Lapigge. Arrivarono che era giorno. Dissero tra loro: ”Ma ogghj è San Milianu. Tocca jì a la festa a Trevi”. E ripartirono sull’istante. Stettero alla festa, si divertirono, bevvero fino a notte e alla fine ripresero nuovamente la via di Lapigge. Giunsero che spuntava il sole. “ Compà! Ma ogghj a Trevi è la fiera de San Milianu! Tocca annacce…” E ripartirono subito subito. Stettero per il campo boario tutta la giornata e a sera inoltrata, pieni di vino, tornarono a casa. Quando riuscirono ad infilarsi nel letto, spuntava l’alba del 29 gennaio!

Le scarpe “de prima mittitura”

Un bovarese, che era arrivato a quasi cinquant’anni camminando sempre scalzo, decise di andare a farsi le scarpe. Entrò in un negozio e chiese: ”Me serve un paru de scarpe de prima mittitura!” (voleva dir nuove, non usate…). Il commesso portò un paio di scarpucce da neonato. “ Ma non so’ mica p’u pottu. So’ per  me!” . “ E allora perché me le chiede di prima “mettitura”?”. “ Perché io le scarpe non l’agghjo portate mae!”

I vecchi all’ospizio

Una volta, ma tanti anni fa, un vecchio di Lapigge, malato e fastidioso, venne portato all’ospizio di Trevi: nessuno più dei figli, e soprattutto le nuore, lo voleva più in casa. A quei tempi, per mancanza d’auto e di buone cavalcature, i vecchi si portavano sulle spalle, all’ojo. Il figlio si caricò il padre sulle spalle e s’avviò. Quando fu alla Croce Alta si fermò per ripigliar fiato. Il vecchio, che aveva sempre taciuto, sospirò : “Angh’io me ce fermai quanno portavo lu poru papà mia a ‘u spetale…”. Il figlio, colpito da quella coincidenza e pensando al suo futuro, ricaricò il padre sulle spalle e se lo riportò a casa.

Risate Paesane 

Lu sverdu : Un ome de La Pigghje jìa arrimpitu  un foju pe potè jì in America. A la domanna : “Sei stato mai in prigione?”, issu responnette “Mae ! “; e a quell’antra: “Perché?”, issu responnette: “Perché non m’hanno chiappatu mae!”.

Ivano

Galianu  a la fiera : Na vorda de Natale Galianu jette a la fiera de la Bianca, drento  lu carrittu co’ lu porcu. Io, curiusu, j’addimannai: “Galià, quantu voli de sti du porchi?”. Galianu, tuttu soridente, guardò la moje che stia jò per terra, e pu’ m’arisponnette: “Spetta un momento, chè ce vurria comprende anchi la troia…”

Orfeo

Letta in un camposanto: “Qui giace Giggi Tuttibozzi, volato in cielo per il calcio di un mulo”.

All’emigrante

In qualunque paese andrai
e per qualunque tempo resterai
non dimenticare di essere Lapiggese.
Ama il tuo paese,
amalo con amore perché esso
ha bisogno di essere amato
soprattutto da te che sei lontano.

Ivano

Uno strano altare 

A Lapigge, paese degli ulivi, l’altare in chiesa non poteva essere che di ulivo. Se dovessimo scegliere un emblema per il lapiggese, non potremmo che scegliere questo. Non è forse l’ulivo la ricchezza del colle lapiggese e insieme la sua disperazione? Per l’ulivo si vive, si tribola, si arricchisce, si fanno sacrifici, si bestemmia, si impreca la mala sorte. L’ulivo è dappertutto. L’ulivo è tutto. Vecchi frantoi artigiani continuano a trar fuori dalle brume il liquore che nutre e lenisce. Era perciò giusto che sul tronco di un annoso ulivo, frugato dalla scure, posto nel bel mezzo dell’aula, poggiasse la mensa dell’altare sul quale rinnovare la celebrazione comunitaria dell’Eucarestia. Due piccoli candelieri bronzei, pur essi a forma di ulivo, ornano la mensa. E tutto, nel candore della chiesa rinnovata e semplificata dai banchi posti a raggera alla decorazione pittorica che si apre come fuoco d’artificio sulla comunità dal sommo della cupola, converge su questo altare modestissimo e pur suggestivo. Dall’alto della nicchia centrale il vecchio Crocifisso della confraternita, messo a oro e ad incarnato, guarda benevolmente sull’assemblea in preghiera. E gli angeli, quelli di gesso, hanno spiccato il volo. Intorno al Crocifisso rimangono a fare corona i poveri cristi di carne ed ossa più veri della paccottiglia, con i volti segnati dalla fatica e dal male. E tutto questo non è forse più autentico e più religioso?

Luigi Perugini

A Sant’Arcagnuru

Pubblichiamo questa gustosa poesia di Don Benedetto Fabrizi, di Campello. Fu composta in occasione della festa di Pentecoste del 1945, stampata e messa in vendita al prezzo di lire 5  “Pro costituendo asilo infantile” di Lapigge, è una conversazione tra Ceccone e Carlotta, che venne ristampata in edizione rivista e corretta su il Risveglio di Spoleto del 10 giugno 1962.

Donc’hai sintitu a dì, compà Ceccone,
che quist’anno s’arvà pua, finarmente,
come abbramava assai tutta la jente,
a Sant’ Arcagnuru, in pricissione?
Sci, l’io saputo ja, commà Carlotta:
lo spubbricò l’antreri lu curatu.
E pua su l’ostaria de lu Trallattu
Ne stia a parlà, Feccione e Trippacotta.
Lu Vescu è statu che l’ha commannatu.
E quello che più conta, tuttu quantu
Ha rmissu come usaa pe lo passatu:
tutt’assiemi, e lu jornu de lu santu.
Che brau Vescu, perdia, che parlatore!
che boce : la parola mae s’encanta!
e starrististi a sintillu l’ore e l’ore.
Che volle cosa! Io, caru compare,
quanno che jermatina lo sapetti,
pe la gran contentezza ce piagnetti,
e non me pare vero, non me pare…
Capirai: da tant’anni ce s’è ghjtu:
io cuminzai ch’ero pottarella,
e fu porbio sullì che da fantella
a dilla qui tra nui, trovai maritu…
Ma pua, a come parlano l’affissi,
sarrà, commà, na festa buzzarona:
e a fa vedene che non se minchiona
lu curatu e li ciculi se so’ missi.
Ce starrà na tamanta lottaria,
co na mucchia de premi e de recali:
e non è mica quarche sciaparia,
ma robba che je fuma li stiali.
In chiesa fanno certi canti e soni
che mancu su pe Trei pe san Milianu:
li vatte lu pievà de Piscignanu,
con pianoforte, quitarre e viulini.
E non cantano più mica, commane,
quelle sfiatate voce de cecale,
che gni tanto je se facìa male,
e pua antro che stecche e liticane…
Ma canta, immece, un brancu de joenotti
de Piscignanu, Pigghje e de Boara.
Mischiate a le vocette de li potti,
sarrà un gran ber sintì, commare cara.
E là de fora, pua, su lu spiazzale,
la fanfarra de Trei, scì arinomata,
sonarà sempre, tutta la jornata,
porche e sciarlatti comme a carnoale.
E m’ammagghjno ‘ncò, compà Ceccone,
che ci ariporteranno le porchette,
de cazzose e de virra caraffette,
ghjelati, e le su paste Micchelone.
Ma pe tutti, compà, le più bell’ore
so’ quelle llà a la fonte e la macchietta:
tra l’orghenetti e l’acqua venedetta
se magna, bee, se valla e fa l’amore…
Oh senz’antru, commà, co tanta jente
ce starrà tuttu comme, a na gran fiera:
toccarà de pacallo a broscia nera:
ma assea è cuscì sangue d’un accidente!
De le porchette pua non ne parlamo:
tra quelle crute e quarghiduna cotta
quante ce ne starrò, commà Carlotta…
troppe ne vedremo se campamo.
Tu, compà, ci hai sempre quillu vizziu
de manna sta lenguaccia in cianfanella:
a tutti voli dà na toccatella,
e ancò non voli mette un po’ judizziu.
Su ste cose sgherzacce non sta vene:
quist’anno a Sant Arcagnuru la festa
dev’esse più che mae divota e onesta
doppo tante paure, pianti e pene.
De jcce tutti scarzi toccaria,
e con vera cristiana riliggione,
e ringrazià la Vergine Maria
che ci ha sarvati dalla distruzzione.
Che ste cioette, pua, che ste vergognose
sciano vistite onestamente tutte,
e non vacano, inmece, mezze putte,
anchi sullìne a fa le scannalose…
Solamente cuscì, compà Ceccone,
quella grazziosa e cara Madonnella,
tanto miracolosa e tanto vella,
ce darrà a tutti vinidizzione.
Braa, commà Carlotta: ste proproste
so’ juste e vere. Donca stamme lesta,
ammannisci la pizza pe la festa,
e arrevecce suddello, a Pentecoste!…

Don Benedetto Fabrizi

 

Bibliografia:

Rivista Lu Sardarellu, Luglio 1970.

 

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10 commenti

  1. Grazie…grazie di cuore!!
    Con questo articolo mi ha fatto rivivere un tratto della mia giovinezza, io sono uno di quei giovani che insieme a Don Giuseppe faceva parte della redazione de lu Sardarellu.
    Grazie ancora!!

    1. Antonella Cardinali

      Ma che bello leggere le sue parole! La ringrazio, come ho già detto voi avete realizzato una cosa fantastica! Poter leggere questo giornalino è stato un dono bellissimo, perché mi ha regalato emozioni e sogni! ♥️♥️♥️

  2. Hai fatto un lavoro stupendo che più leggi e più ti appassiona. Storia di Pigge conosciuta solo in parte e spaccati di vita popolare con piacevoli battute dialettali con una sequenza di fatti locali ben costruiti che ti spingono a leggere… Brava. Ma gia’ lo sapevamo!

    1. Antonella Cardinali

      Grazie infinite per queste bellissime parole! Un affettuosissimo abbraccio 💕💝

  3. Pur non essendo del posto ho letto con piacere questo articolo. È importante che venga mantenuta viva nella gente la memoria storica delle nostre tradizioni per far sì che non vengano perse nella frenesia dei nostri tempi.

    1. Antonella Cardinali

      Grazie Daniele! Il nostro passato è il nostro futuro, non va perduto mai! 🌺

  4. nonostante abito vicino a questa chiesa non ricordavo nemmeno l’esistenza ma per fortuna ci sono ancora persone come te che descrivono i nostri meravigliosi luoghi con i rispettivi siti medioevali e religiosi e ne sono orgoglioso di risiedere in questo splendido scenario.
    un grande plauso x la bella storia
    brava.

    1. Antonella Cardinali

      Grazie e ancora grazie per questo sentito pensiero che mi è arrivato diritto al cuore! ❤️

  5. Questa tua bellissima foto “corredata”da un’ampia ricerca in merito mi ha emozionato tanti sono i miei ricordi! Grazie per aver dato la possibilità a chi non lo conosceva di apprezzare questo angolino di mondo a me tanto caro!

    1. Antonella Cardinali

      Sono io ad essere grata a te per avermi regalato ricordi e sogni! 🌺❤️

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