La Cappella dei Magi e la Cappella di S. Francesco

La CaCappella dei Magi - Chiesa della Madonna delle Lacrime - Trevi (PG)

La Cappella dei Magi - Chiesa della Madonna delle Lacrime - Trevi (PG)

Premessa

La storia seppur in breve, sia della Cappella dei Magi, sia della Cappella di San Francesco, entrambi collocate all’interno della Chiesa della Madonna delle Lagrime di Trevi (PG), merita davvero di essere narrata, perchè non solo esse rappresentano due gioielli di arte umbra, ma anche una testimonianza storica degli usi e costumi del loro tempo. La chiesa che le ospita rappresenta, oltre che per un discorso architettonico anche per la sua decorazione pittorica e scultorea, uno degli esempi più significativi del Rinascimento in Umbria.

Cappella dei Magi o del Presepio

Segue la Cappella detta dei Magi o del Presepio. Questa cappella merita, seppur in breve, il racconto della sua storia. Apprendiamo dal Natalucci e successivamente da Tommaso Valenti che, poco dopo l’inizio della fabbrica della chiesa, gli uomini di Bovara (villaggio nel Comune di Trevi) domandarono con insistenza al Comune una delle cappelle in costruzione. Il 16 agosto del 1488 venne rimessa nelle mani di Niccolò Lelii e di Natimbene Valenti la decisione di concedere una cappella alla villa, o contrada o popolo di Bovara. Dai documenti successivi si apprende che la scelta ricadde sulla Cappella del Presepio. Inoltre, dal registro dei lasciti che era presente nell’archivio delle “Lagrime” risultava che la cappella era stata dipinta dal Perugino si suppone nel 1521, coi legati (lasciti) degli uomini di Bovara. Tuttavia, nonostante la concessione regolarmente avuta dal Comune, i Canonici Regolari Lateranensi contestarono alla villa di Bovara il relativo possesso, ottenendo il 20 febbraio 1559 una sentenza a loro favorevole. Durante la causa o poco dopo fu anche “fulminata” contro quei di Bovara una sentenza di scomunica. Nonostante tale sentenza, in un breve di Pio IV del 1563 questa cappella è ancora detta di Bovara. I Bovaresi non essendo riusciti a dimostrare le loro ragioni, fecero così ai Lateranensi delle proposte di accomodamento che non dispiacquero all’allora preposto D. Raffaele da Venezia. Il preposto prevedeva che i Bovaresi fossero rimessi nel possesso della cappella a condizione che questi costruissero prima un tramezzo di mattoni ben murato con calce tra le sepolture e la cisterna dell’acqua utilizzata dal convento per bere. Da quanto sappiamo, dopo un anno i Bovaresi ancora non vi avevano provveduto anche se, poco dopo, li vediamo ritornare in possesso della cappella. Nel 1614 in un’adunanza degli uomini di Bovara, Pasquale Bovarini propone di mettere una pietra sopra la cappella della Villa di Bovara, affinché si vedesse che detta cappella “sia di detta villa”. Ma la lapide non venne mai collocata e la cappella, invece, passò in mano ai Canonici Regolari Lateranensi. Il 6 novembre del 1679 la cappella venne ceduta al Maggiore Giacomo Valenti dal preposto delle “Lagrime” D. Camillo Copardi, il quale chiese ai Padri Definitori il permesso. Nella domanda egli dice che la cappella e la sepoltura sono “dette comunemente di Bovara” dimostrando un possesso ormai solo nominale da parte della Villa di Bovara. Ad ogni buon conto, per maggiore regolarità i Definitori ordinarono che prima di cedere la cappella ai Valenti venissero interpellati gli uomini di Bovara i quali non vollero o non seppero accampare le loro ragioni. Cinquant’anni dopo i Valenti, tuttavia, per mettere a tacere alcune voci, citarono in giudizio i Bovaresi perché dimostrassero le loro ragioni. Il 29 gennaio 1729 fu discussa la causa dinanzi alla Camera Apostolica che confermò il possesso in capo ai Valenti.

Decorata assai elegantemente, nei due tondi dell’Arco è rappresentata l’Annunciazione, nei fianchi i Santi Pietro e Paolo, mentre nella parete di fondo si apre una scenografica Adorazione dei Magi con in primo piano La Capanna con la Madonna sul trono con Gesù in atto di benedire. A sinistra scorgiamo un Re genuflesso con il suo seguito. Mentre a destra vediamo San Giuseppe e gli altri due re in atto di offrire i loro doni anch’essi con i loro paggi. Sulla pedana del Seggio della Vergine si legge “Petrus De Castro Plebis pinxit”, (Pietro di Città della Pieve ha dipinto). In alto ai lati della Capanna si librano in aria due Angeli. A fare da sfondo a tutta la scena un cielo terso che si fonde con l’ampia e deliziosa valle e la prateria ove scorgiamo cavalieri e pastori con il loro gregge.

La Cappella di S. Francesco - Chiesa della Madonna delle Lacrime - Trevi (PG)

Cappella di San Francesco

Di fronte a tale cappella è collocata quella di San Francesco la cui decorazione fu affidata a Giovanni di Piero detto Lo Spagna nel 1518 e terminata nel 1520. La storia singolare e al contempo incredibile di questa cappella merita di essere narrata. Le vicende iniziali di questa cappella sono alquanto travagliate, ma grazie al mirabile lavoro del Tommaso Valenti possiamo qui esporre una breve sintesi. La storia di questa cappella si lega indissolubilmente alla figura e soprattutto alla volontà testamentaria di Dioteguardi, figlio di Antonio Bartoluzzi, soprannominato “spadetta” da San Lorenzo. L’11 settembre del 1503 Dioteguardi Bartoluzzi fece un testamento dinanzi al notaio trevano Tommaso Gabrielli e soprattutto in presenza, quali testimoni, di tutti i canonici delle “Lagrime”, tra cui il preposto D. Serafino Ambrosi da Pavia. In base a questo testamento il de cuius lasciava 100 fiorini per fare una cappella nella chiesa delle “Lagrime” e donava alla cappella stessa una dotazione di 4.200 “fiorini” nominando esecutore testamentario il preposto. Lasciava, inoltre, tolti alcuni legati, tutti i suoi beni alla cappella medesima e, per essa al preposto, per la fabbrica della chiesa. Per dare maggior forza a questo testamento venne inserito che questo era il suo ultimo testamento e che se mai avesse fatto un altro testamento doveva intendersi averlo fatto non di sua spontanea volontà, ma perché importunato dai suoi parenti aggiungendo che il successivo testamento si sarebbe dovuto intendere senz’altro carpito se nel testo non fosse comparsa questa orazione: “Angnole qui meus es custos, pietate superna me tibi commissum, salva et defende. Per Dominum nostrum Jesus Christum filium tuum. Amen”. Questa orazione, che nelle ultime parole contiene un’eresia bella e buona, avrebbe dovuto garantire l’autenticità del nuovo testamento. Inoltre, per rendere nullo ogni eventuale successivo testamento, veniva dichiarata nell’atto la vendita di tutti i suoi beni al preposto delle “Lagrime”, eccetto i legati e riservandosi una casa a San Lorenzo. Pochi giorni dopo, tuttavia, Dioteguardi venne “portato” a Foligno, a casa del cognato e lì – spinte o sponte- fece un altro testamento, per mano del notaio trevano ser Giulio di Bernardino Origo, lasciando questa volta tutti i suoi beni alla moglie Francesca D’Andrea da Papiano, castello dell’Umbria presso Marsciano, finché conducesse vita vedovile ed onesta, altrimenti le avrebbe restituito i 50 fiorini avuti in dote, lasciando tutti i suoi beni in legati pii. Nello stesso mese di settembre 1503 il Dioteguardi morì e presto si accesero le dispute sulla sua successione comprendente, oltre 50 appezzamenti di terreno e sei case. Senza contare il denaro contante si trattava di un bel patrimonio del valore di circa 3000 ducati equivalenti a 3000 scudi. A questi due testamenti presto se ne aggiunse un altro tirato in ballo dai cugini del Dioteguardi e fatto il 10 dicembre 1449 da Giacomo Bartoluzzi, avo del Dioteguardi e dei suoi cugini Riccio di Giacomo Bartoluzzi, “il capeggiatore”, Alessandro di Francesco, Luciano Marini e Zucco di Alessandro Cristofori. Le vicende giudiziarie durarono alcuni anni, tra sentenze, inibitorie e scomuniche mettendo alla luce quello che allora era un arruffato funzionamento della giustizia, non esistendo una magistratura locale organizzata e non vigendo leggi codificate. Il 28 maggio 1505 la vedova del Dioteguardi ed i Canonici Lateranensi trovano finalmente un accordo dividendosi tra loro i beni a metà. La vicenda, tuttavia, non era ancora del tutto chiusa dal momento che i quattro cugini del Bartoluzzi Dioteguardi continuarono a rivendicare le loro ragioni. Dovremmo attendere, così, sino al 17 febbraio 1508 quando l’uditore del cardinale Grosso Della Rovere, legato dell’Umbria, sentenziò definitivamente in favore della vedova e della chiesa delle “Lagrime”. Finita questa disputa, mentre allo Spagna era già stata commissionata la pittura, la vedova di Dioteguardi ed i Canonici Lateranensi vollero mettere in chiaro i reciproci obblighi nei riguardi dell’erigenda cappella, della sua dotazione e della sua decorazione. Così il 1 maggio 1520 presso la sagrestia della “Lagrime” la vedova di Dioteguardi ed il preposto sottoscrissero una convenzione in merito. Nell’accordo si fa riferimento al testamento che Dioteguardi fece per mano di ser Bernardino Origo, nel quale istituiva erede la vedova Francesca lasciando 300 “fiorini” per la dotazione di una cappella da erigersi nella Chiesa delle “Lagrime”. Di questi, 12 dovevano servire per un calice, 12 per i paramenti da messa per un sacerdote, 8 per l’addobbo dell’altare, 10 per una sepoltura presso la cappella e 54 per la pittura da farsi nella medesima, mentre con i restanti 200 “fiorini” i canonici avrebbero dovuto in perpetuo, celebrare tre messe settimanali sull’altare della cappella. Tuttavia lo Spagna, al quale era stata commissionata la pittura della cappella per 50 “fiorini”, rilasciò una quietanza in cui dichiarava di aver ricevuto alcuni acconti ed un ultimo pagamento di 14 “fiorini” in oro e argento da Bernardino di Bartolomeo Silvestri da Trevi. La vedova apprese così che mentre i Lateranensi avevano ricevuto 54 “fiorini” per far dipingere la cappella, questi l’avevano invece fatta dipingere su richiesta e con i denari di un’altra persona rappresentando, inoltre, il seppellimento di Gesù con i canonici invece di far dipingere al posto d’onore S. Francesco in modo che la cappella si potesse verosimilmente chiamare “la Cappella di S. Francesco”. Ne nacque subito un’altra querelle, ma questa volta i Lateranensi, vista la mal parata, ebbero un colpo di genio risolvendo la questione in modo semplice ed elegante. Lasciarono la pittura com’era, con l’immagine di S. Francesco nell’estremo del lato sinistro, ma al di sotto dell’affresco scrissero: QUESTA CAPELLA LA FACTA FARE DIOTEGUARDI DA TRIEVI AD HONORE DE S. FRANCISCO, scrittura che campeggia ancora sotto al grande affresco e che copre tutta la parete di fondo della cappella.

Ornata con squisito gusto, nei due tondi laterali sopra l’arco, vediamo due mezze figure di profeti e nel centrale il nome di Gesù. Sulle pareti laterali sono presenti Sant’Ubaldo e San Giuseppe, mentre sulla parete di fondo viene rappresentato il trasporto della salma di Gesù al Sepolcro. La scena presenta a sinistra in lontananza il Calvario, mentre a destra mostra parte della città di Gerusalemme che fa da sfondo al Sepolcro. il Cristo è sostenuto da Giovanni d’Arimatea, Nicodemo e Giovanni Evangelista, mentre la Maddalena gli sostiene braccio. Dietro al cadavere la Vergine affranta dal profondo dolore e alla sua sinistra vi è Marta e accanto Veronica infine San Francesco d’Assisi. Nella parte superiore dell’affresco, in uno spazio semicircolare vi è raffigurato San Agostino(?) con Angioletti e si notano anche sette figure di devoti, con ogni probabilità trattasi dei ritratti dei Canonici regolari, committenti l’affresco. Una piccola curiosità. Fino agli inizi dell’800 tutti attribuivano l’affresco di questa cappella al Perugino. Il primo a far conoscere al pubblico che l’autore era stato lo Spagna fu nel 1837 il Dott. Clemente Bartolini di Trevi. Peraltro molti critici ritengono che quest’opera sia una delle migliori composizioni dello Spagna.

 

Bibliografia:

Tommaso Valenti, La Chiesa  Monumentale Della Madonna Delle Lagrime, Edizione 1928.

 

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